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il 2011-07-08 16:55:00.0 alle 2011-07-08 16:55:00.0
Diverbio Tremonti-Berlusconi
Sarebbe ipocrita negare l’esistenza di un contrasto tra Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti. Meglio discuterne schiettamen­te e cercare di comprenderne i motivi. Ci proviamo pur consapevoli del rischio di inimicarci entrambi i personaggi. Il presidente del Consiglio non è un teorico, è in­teressato alle idee solo se mettendole in pratica danno subito dei risultati concreti. È un pragmati­co, attento alle faccende di tasca, soprattutto la sua. Quando, 17 anni orsono, scese in politica, aveva in mente un programma semplice a dirsi, ma difficile da realizzarsi, considerata la storia della nostra Re­pubblica.

In sintesi, voleva che in Italia si compisse la rivoluzione liberale. Vinte le elezioni - tre volte - non è però riuscito nemmeno a cominciarla. Perché aveva tutti con­tro? Non solo per questo. Ma anche perché, inse­diatosi a Palazzo Chigi, si è accorto di non posse­dere armi idonee per smantellare il «socialismo di fatto» organizzato dai governi succedutisi dagli an­ni Sessanta a quelli Novanta. O forse aveva sotto­valutato che, per costruire un sistema liberale, bi­sognava prima demolire il sistema socialista che si era sviluppato a causa dell’influenza esercitata dal­la sinistra sugli esecutivi a prevalenza democristia­na. In sostanza la Dc, per reggere alla concorrenza di un Pci fortissimo, e alle pressioni dell’ultrasini­stra in costante crescita dal ’68 in poi, aveva ceduto alle richieste di spesa sociale provenienti dall’op­posizione. In due o tre lustri l’Italia si trovò a dover finan­ziare un welfare pesante, una specie di Stato (...) mamma che provvedeva ad ac­compagnare il cittadino dalla culla alla tomba, tutto gratis: imprese as­­sistite, Sanità pubblica, pensioni a chiunque (anche a chi non aveva mai pagato contributi), un mese di ferie (negli Usa solo due settimane), Statuto dei lavoratori (praticamen­te era ed è impossibile licenziare i fannulloni), assunzioni senza limiti nel pubblico impiego (che lentamente si è trasformato in ammortiz­zatore sociale, vedi gli organici ple­torici della scuola), eccetera. Il debi­to pubblico, che agli inizi degli anni Settanta era tra il 50 e il 60 per cento del Pil, si impennò e da allora non è più sceso, anzi è progressivamente salito.

Non sarebbe potuto accadere qualcosa di diverso. Se in un Paese le uscite superano le entrate, signifi­ca che esso si concede più di quanto sia alla propria portata. Alcuni go­verni hanno tentato, in verità, di contenere le spese, ma lo hanno fat­to in misura insufficiente; non per incapacità gestionale, ma per timo­re di compromettere, con tagli effi­caci allo Stato mamma, la pace so­ciale e di perdere consenso, quindi le elezioni.D’altronde,se non le vin­ci tu, le vincono i tuoi avversari. Sic­ché l’imperativo di chi conquista il potere è conservarlo, non di gestirlo per il bene comune. Il discorso vale­va e vale per ogni partito o coalizio­ne.

Per decenni ha così dominato questo precetto: tiriamo a campa­re. Per fronteggiare l’aumento co­stante della spesa, mai segata seria­mente, i vari esecutivi non avevano altra scelta: azionare la leva fiscale. Imposte dirette e indirette sempre più elevate, manovre finanziarie asfissianti. E addio crescita econo­mica, che difatti è tra le più basse d’Europa da tempo e non solo da che la crisi si è abbattuta sul mondo. L’irruzionediBerlusconiinpoliti­ca fece un botto....

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