Proc di Catania
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Non Autenticato
il 2010-09-23 21:32:00.0 alle 2010-09-23 21:32:00.0
E' accaduto una dozzina d'anni fa, su di un atollo dell'oceano pacifico che avevo raggiunto a nuoto dopo un ammaraggio di fortuna del charter su cui viaggiavo.
Approdato alla terra ferma, esplorai l'esotica isoletta palmo a palmo, ma non vi trovai traccia umana. Solo la natura lussureggiante regnava intorno a me. La vista, dalla costa, si perdeva all'orizzonte in ogni direzione, senza si potesse avvistare nulla; nè altre sponde, nè imbarcazioni di passaggio solcavano mai quell'immensa distesa azzurra che mi divideva dal resto del mondo. Mi sentivo un fottuto Robinson Crusoe.
Però non mi lasciai prendere dallo sconforto: in fondo un viaggio avventuroso era nei miei piani sin dal principio, quando mi decisi a lasciare l'italico stivale, per partire in direzione est senza una meta ben precisa, in cerca di emozioni forti.
Toltimi tutti gli scomodi indumenti di dosso, retaggio del mondo borghese da cui provenivo ma che, una volta di più, mi ero lasciato decisamente alle spalle, non persi tempo a cincifrischiare. Di tempo per rilassarmi ne avrei avuto a piacere. Così ricavai tutto quello che la vegetazione del posto aveva da offrirmi per erigere una palafitta che niente aveva da invidiare a quelle che si vedono realizzare dai protagonisti dei film del genere in occasioni simili. Per sostentarmi presi a cacciare i cinghiali selvaggi che si rintanavano poco più nell'entroterra, sfruttai le risorse ittiche (ho pescato certi tonni che Sanpei se li sogna!) e l'acqua la raccoglievo durante le piogge non sporadiche che sferzano quei luoghi lontani, quando non avevo voglia di arrivare ad una fonte cristallina sgorgante sotto una profonda fenditura dell'unica montagnola presente sull'isola.
Le giornate trascorrevano lente e piacevoli. Poi, il secondo venerdi, venne lui. Chi? Venerdi? No macchè: il ragazzino di cui in oggetto.
Non mi diede spiegazioni riguardo chi fosse o da dove venisse, ma, detto tra noi, non ne avevo neppure bisogno di vernire a conoscenza di certi dettagli, che al momento mi sembrarono del tutto irrilevanti. Mi riferì solo che ad inviarlo lì era stato un certo omino invisibile.
Era anch'egli in costume adamitico. Carnagione non troppo scura (certo meno di come uno se la sarebbe potuta aspettare, per un locale). Moro coi capelli lisci che gli spiovevano fin quasi alle spalle. Occhi chiari come le acque più incontaminate che possiate immaginare. Snello, ma di sana e robusta costituzione, senza un pelo addosso, alto sul metro e sessanta. Anni? ne avrà avuti 13. Di singolare aveva un occhio dipinto sulla fronte, sospeso a metà tra gli altri due.
Scambiammo quattro chiacchiere passeggiando sulla bianchissima riva di sabbia fine.
Fatta conoscenza, a lui venne l'idea di sfidarmi a pallone. Non vi erano campi, l'avevo ben esplorata l'isola e di certo me ne sarei reso conto, eppure lui sosteneva il contrario. Lo assecondai, scoprendo con meraviglia di lì a poco, che aveva ragione! Dopo aver percorso un breve tratto nella boscaglia, ci si presentò davanti una strana pianura dove avremmo disputato la nostra amichevole.
Ovvero su un campo dodecagonale di un km/quadro.
Visto che non cerano sufficienti giocatori per giocare una partita regolare, ho usato la tecnica della moltiplicazione dei corpi clonandomi sette volte (gliel'ho insegnata io a Naruto questa tecnica speciale). Lui da parte sua potè compensare l'inferirità numerica con altre abilità sovrannaturali di cui mi mise a parte. E come non bastasse doveva avere dei punteggi di caratteristica davvero alti!
Al posto della palla usammo una noce di cocco grande quanto un'anguria.
La gara iniziò. Tre, due, uno... Nessuna delle mie proiezioni fece in tempo a toccare la noce di cocco, che già era piantata in rete.
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Approdato alla terra ferma, esplorai l'esotica isoletta palmo a palmo, ma non vi trovai traccia umana. Solo la natura lussureggiante regnava intorno a me. La vista, dalla costa, si perdeva all'orizzonte in ogni direzione, senza si potesse avvistare nulla; nè altre sponde, nè imbarcazioni di passaggio solcavano mai quell'immensa distesa azzurra che mi divideva dal resto del mondo. Mi sentivo un fottuto Robinson Crusoe.
Però non mi lasciai prendere dallo sconforto: in fondo un viaggio avventuroso era nei miei piani sin dal principio, quando mi decisi a lasciare l'italico stivale, per partire in direzione est senza una meta ben precisa, in cerca di emozioni forti.
Toltimi tutti gli scomodi indumenti di dosso, retaggio del mondo borghese da cui provenivo ma che, una volta di più, mi ero lasciato decisamente alle spalle, non persi tempo a cincifrischiare. Di tempo per rilassarmi ne avrei avuto a piacere. Così ricavai tutto quello che la vegetazione del posto aveva da offrirmi per erigere una palafitta che niente aveva da invidiare a quelle che si vedono realizzare dai protagonisti dei film del genere in occasioni simili. Per sostentarmi presi a cacciare i cinghiali selvaggi che si rintanavano poco più nell'entroterra, sfruttai le risorse ittiche (ho pescato certi tonni che Sanpei se li sogna!) e l'acqua la raccoglievo durante le piogge non sporadiche che sferzano quei luoghi lontani, quando non avevo voglia di arrivare ad una fonte cristallina sgorgante sotto una profonda fenditura dell'unica montagnola presente sull'isola.
Le giornate trascorrevano lente e piacevoli. Poi, il secondo venerdi, venne lui. Chi? Venerdi? No macchè: il ragazzino di cui in oggetto.
Non mi diede spiegazioni riguardo chi fosse o da dove venisse, ma, detto tra noi, non ne avevo neppure bisogno di vernire a conoscenza di certi dettagli, che al momento mi sembrarono del tutto irrilevanti. Mi riferì solo che ad inviarlo lì era stato un certo omino invisibile.
Era anch'egli in costume adamitico. Carnagione non troppo scura (certo meno di come uno se la sarebbe potuta aspettare, per un locale). Moro coi capelli lisci che gli spiovevano fin quasi alle spalle. Occhi chiari come le acque più incontaminate che possiate immaginare. Snello, ma di sana e robusta costituzione, senza un pelo addosso, alto sul metro e sessanta. Anni? ne avrà avuti 13. Di singolare aveva un occhio dipinto sulla fronte, sospeso a metà tra gli altri due.
Scambiammo quattro chiacchiere passeggiando sulla bianchissima riva di sabbia fine.
Fatta conoscenza, a lui venne l'idea di sfidarmi a pallone. Non vi erano campi, l'avevo ben esplorata l'isola e di certo me ne sarei reso conto, eppure lui sosteneva il contrario. Lo assecondai, scoprendo con meraviglia di lì a poco, che aveva ragione! Dopo aver percorso un breve tratto nella boscaglia, ci si presentò davanti una strana pianura dove avremmo disputato la nostra amichevole.
Ovvero su un campo dodecagonale di un km/quadro.
Visto che non cerano sufficienti giocatori per giocare una partita regolare, ho usato la tecnica della moltiplicazione dei corpi clonandomi sette volte (gliel'ho insegnata io a Naruto questa tecnica speciale). Lui da parte sua potè compensare l'inferirità numerica con altre abilità sovrannaturali di cui mi mise a parte. E come non bastasse doveva avere dei punteggi di caratteristica davvero alti!
Al posto della palla usammo una noce di cocco grande quanto un'anguria.
La gara iniziò. Tre, due, uno... Nessuna delle mie proiezioni fece in tempo a toccare la noce di cocco, che già era piantata in rete.
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Giocavo a calciotto con un ragazzino @ 2010-09-23 21:32:00.0 di Non Autenticato
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■ @ 2010-09-23 21:33:00.0 di Non Autenticato
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■ @ 2010-09-24 16:59:00.0 di Non Autenticato
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■ @ 2010-09-24 22:29:00.0 di Non Autenticato
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