Proc di Catania
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Non Autenticato
il 2008-03-30 16:29:00.0 alle 2008-03-30 16:29:00.0
Cappuccetto Rosso cuore nero
È il racconto più famoso ma anche il meno chiaro della cultura occidentale
Il sesso? No, sono i colori lelemento fondante della fiaba
GIANFRANCO MARRONE
Tutte le fiabe sono vere, diceva Italo Calvino: a dispetto del loro carattere fantastico e dell'inverosimiglianza che le contraddistingue, ma anche della loro varietà e trasformabilità, del loro essere riscrivibili all'infinito. Le fiabe sono vere perché è la condizione storica e culturale, volta per volta differente, che le rende tali, che attribuisce loro un senso e un valore, una funzione sociale. Così, più la favola sfugge ai suoi interpreti e a suoi stessi narratori, che mai riescono a ingabbiarla in un'ipotetica «versione originaria» o «definitiva», più essa palesa la sua potenza simbolica, la sua proverbiale ricchezza.
Prendiamo il caso di Cappuccetto Rosso, probabilmente il racconto fiabesco più famoso e, per questo, meno chiaro della cultura occidentale e non. C'era una volta (o forse oggi) in un paese lontano (ma anche vicino) una bambina buona (o cattiva?) chiamata Cappuccetto Rosso (e su questo nessun dubbio). Mandata dalla mamma a portar le provviste alla nonna malata (o ingannatrice), nonostante le (o grazie alle) raccomandazioni della genitrice, attraversa un bosco oscuro dove viene avvistata da un lupo cattivo (o forse da un insaziabile dongiovanni) che decide di papparsela (o di possederla). Così, l'animale la precede a casa dell'ammalata, mangia (o s'accoppia con) la povera (consenziente?) vecchietta, prende il suo posto nel letto e attende l'ignara (vogliosa) bambina. La quale, dopo averlo raggiunto (tutta nuda) sotto le lenzuola e aver intrapreso con lui un curioso (eroticissimo) scambio di battute (galanti), finirà anch'essa nella pancia del lupo (o da esso sedotta e concupita). La morale? I bambini buoni ascoltano i consigli delle mamme. Oppure: per far sesso occorre agire di testa propria. Tutto falso allora? Al contrario, tutto - relativamente - verissimo.
Ripercorre la storia intricata e appassionante della nota fiaba di Perrault uno straordinario volume curato da Stefano Calabrese e Daniela Feltracco per Meltemi (Cappuccetto Rosso: una fiaba vera, pp. 239, 19,50), dove vengono presentate per la prima volta in lingua italiana alcune delle sue più importanti interpretazioni a opera di studiosi come Paul Saintyves, Alan Dundes, Jack Zipes e Catherine Velay-Vallantin. Scopriamo così che se pure la prima versione scritta della fiaba è appunto quella arci-nota, letteraria e moraleggiante di Perrault (1697), i contenuti narrativi presenti in quel testo circolavano come materiale folklorico già molti secoli prima, intrecciando fenomeni rituali e motivi mitologici con le costrizioni materiali e le credenze delle classi popolari: nel Medioevo transitavano leggende di bambine sbranate dai lupi nei boschi o, variante, di bambine che indossando la (rossa) veste battesimale riuscivano a salvarsi dalle loro grinfie. E scopriamo che dopo Perrault la fiaba subisce una serie di trasformazioni, a iniziare da quella operata dai fratelli di Grimm (1812): laddove nella versione francese la fanciulla finiva ingoiata senza rimedio dal lupo, i tedeschi introducono la figura del taglialegna che estrae dalla pancia dell'animale nonna e nipote ancora vive.
Per non parlare delle riscritture che la fiaba ha subito nel periodo successivo, ora didascaliche ora beffarde e ironiche. Sino ad arrivare all'epoca attuale, con versioni metanarrative come di Gianni Rodari (dove un nonno narratore confuso tinge di verde il cappuccio e manda all'aria l'intreccio della vicenda) o riletture femministe come quelle di Angela Carter (dove la bimba ingegnosa redime il lupo e lo indottrina su pratiche sessuali dolci e tenerissime).
questo è da leggere
E potremmo altresì ricordare un recente spot pubblicitario per il profumo Chanel n. 5, nel quale la celebre essenza francese tiene distante dalla modella in abbagliante rosso il povero lupo, che ulula sconsolato alla teoria di flaconi sullo sfondo. Ma non è un caso isolato: negli ultimi anni anche Mulino bianco e Findus hanno fatto ricorso al personaggio di Perrault nella loro comunicazione.
Com'è immaginabile, il tema dell'erotismo ritorna prepotentemente nelle interpretazioni psicanalitiche di Cappuccetto Rosso. E qui ci si è sbizzarriti con una creatività che eguaglia quella dei narratori: s'è parlato di invidia maschile per la gravidanza; di paure inconsce femminili nello scoprire una pratica sessuale prepotente e fagocitante tipicamente maschile; ma anche di paure maschili verso la sessualità della donna, e dunque di una sorta di repressione originaria che porterebbe i maschietti a vivere l'erotismo secondo violenza e desiderio di possesso... E s'è finito per ritrovare nella storia della povera fanciulla e del lupo malvagio tutte e tre le fasi dello sviluppo della sessualità infantile previste da Freud (orale, anale, genitale), insistendo parecchio sui legami fra eros e cannibalismo.
Strada parzialmente diversa prova a seguire Stefano Calabrese nella sua introduzione al volume, dove ricostruisce il ruolo del cromatismo nella composizione della vicenda, domandandosi come mai il rosso resti uno dei pochi elementi costanti della storia. E ritrova in una triade di colori basici - bianco, nero, rosso - uno schema visivo tanto ricorrente quanto perturbante che, trascendendo la fiaba in questione, sembra attraversare la narrativa occidentale. In una fiaba del Basile, Lo Cuorvo, Milluccio, re di Frattombrosa, attraversa un bosco durante una battuta di caccia e vede su un marmo bianco il cadavere di un corvo da cui fuoriesce del sangue; colpito dall'immagine, desidera ardentemente una donna dai medesimi tre colori. La scena si ripete nelle trascrizioni successive della storia, e gli echi resteranno in Poe, dove il celebre corvo dagli occhi rosso fiamma sta appollaiato sul busto bianco di Minerva, ma anche nella Biancaneve dei Grimm, «figlia di un incontrollabile desiderio provato dalla madre dinanzi al bianco della neve, il nero dell'ebano che incornicia una finestra, il rosso del sangue fuoriuscito per la puntura di un dito».
Al di là di tutta questa euforica torbidezza, echeggia la domanda finale del candido bimbo cui la fiaba viene narrata, fulminante nella sua ingenuità. Dopo aver sentito svogliatamente degli amplessi cannibalici tra i vari personaggi, si preoccupa di un dato per lui importantissimo: «ma dove sono andati a finire la focaccia e il vasetto di burro che Cappuccetto Rosso aveva portato alla nonna?».
http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cultur... 
È il racconto più famoso ma anche il meno chiaro della cultura occidentale
Il sesso? No, sono i colori lelemento fondante della fiaba
GIANFRANCO MARRONE
Tutte le fiabe sono vere, diceva Italo Calvino: a dispetto del loro carattere fantastico e dell'inverosimiglianza che le contraddistingue, ma anche della loro varietà e trasformabilità, del loro essere riscrivibili all'infinito. Le fiabe sono vere perché è la condizione storica e culturale, volta per volta differente, che le rende tali, che attribuisce loro un senso e un valore, una funzione sociale. Così, più la favola sfugge ai suoi interpreti e a suoi stessi narratori, che mai riescono a ingabbiarla in un'ipotetica «versione originaria» o «definitiva», più essa palesa la sua potenza simbolica, la sua proverbiale ricchezza.
Prendiamo il caso di Cappuccetto Rosso, probabilmente il racconto fiabesco più famoso e, per questo, meno chiaro della cultura occidentale e non. C'era una volta (o forse oggi) in un paese lontano (ma anche vicino) una bambina buona (o cattiva?) chiamata Cappuccetto Rosso (e su questo nessun dubbio). Mandata dalla mamma a portar le provviste alla nonna malata (o ingannatrice), nonostante le (o grazie alle) raccomandazioni della genitrice, attraversa un bosco oscuro dove viene avvistata da un lupo cattivo (o forse da un insaziabile dongiovanni) che decide di papparsela (o di possederla). Così, l'animale la precede a casa dell'ammalata, mangia (o s'accoppia con) la povera (consenziente?) vecchietta, prende il suo posto nel letto e attende l'ignara (vogliosa) bambina. La quale, dopo averlo raggiunto (tutta nuda) sotto le lenzuola e aver intrapreso con lui un curioso (eroticissimo) scambio di battute (galanti), finirà anch'essa nella pancia del lupo (o da esso sedotta e concupita). La morale? I bambini buoni ascoltano i consigli delle mamme. Oppure: per far sesso occorre agire di testa propria. Tutto falso allora? Al contrario, tutto - relativamente - verissimo.
Ripercorre la storia intricata e appassionante della nota fiaba di Perrault uno straordinario volume curato da Stefano Calabrese e Daniela Feltracco per Meltemi (Cappuccetto Rosso: una fiaba vera, pp. 239, 19,50), dove vengono presentate per la prima volta in lingua italiana alcune delle sue più importanti interpretazioni a opera di studiosi come Paul Saintyves, Alan Dundes, Jack Zipes e Catherine Velay-Vallantin. Scopriamo così che se pure la prima versione scritta della fiaba è appunto quella arci-nota, letteraria e moraleggiante di Perrault (1697), i contenuti narrativi presenti in quel testo circolavano come materiale folklorico già molti secoli prima, intrecciando fenomeni rituali e motivi mitologici con le costrizioni materiali e le credenze delle classi popolari: nel Medioevo transitavano leggende di bambine sbranate dai lupi nei boschi o, variante, di bambine che indossando la (rossa) veste battesimale riuscivano a salvarsi dalle loro grinfie. E scopriamo che dopo Perrault la fiaba subisce una serie di trasformazioni, a iniziare da quella operata dai fratelli di Grimm (1812): laddove nella versione francese la fanciulla finiva ingoiata senza rimedio dal lupo, i tedeschi introducono la figura del taglialegna che estrae dalla pancia dell'animale nonna e nipote ancora vive.
Per non parlare delle riscritture che la fiaba ha subito nel periodo successivo, ora didascaliche ora beffarde e ironiche. Sino ad arrivare all'epoca attuale, con versioni metanarrative come di Gianni Rodari (dove un nonno narratore confuso tinge di verde il cappuccio e manda all'aria l'intreccio della vicenda) o riletture femministe come quelle di Angela Carter (dove la bimba ingegnosa redime il lupo e lo indottrina su pratiche sessuali dolci e tenerissime).
questo è da leggere E potremmo altresì ricordare un recente spot pubblicitario per il profumo Chanel n. 5, nel quale la celebre essenza francese tiene distante dalla modella in abbagliante rosso il povero lupo, che ulula sconsolato alla teoria di flaconi sullo sfondo. Ma non è un caso isolato: negli ultimi anni anche Mulino bianco e Findus hanno fatto ricorso al personaggio di Perrault nella loro comunicazione.
Com'è immaginabile, il tema dell'erotismo ritorna prepotentemente nelle interpretazioni psicanalitiche di Cappuccetto Rosso. E qui ci si è sbizzarriti con una creatività che eguaglia quella dei narratori: s'è parlato di invidia maschile per la gravidanza; di paure inconsce femminili nello scoprire una pratica sessuale prepotente e fagocitante tipicamente maschile; ma anche di paure maschili verso la sessualità della donna, e dunque di una sorta di repressione originaria che porterebbe i maschietti a vivere l'erotismo secondo violenza e desiderio di possesso... E s'è finito per ritrovare nella storia della povera fanciulla e del lupo malvagio tutte e tre le fasi dello sviluppo della sessualità infantile previste da Freud (orale, anale, genitale), insistendo parecchio sui legami fra eros e cannibalismo.
Strada parzialmente diversa prova a seguire Stefano Calabrese nella sua introduzione al volume, dove ricostruisce il ruolo del cromatismo nella composizione della vicenda, domandandosi come mai il rosso resti uno dei pochi elementi costanti della storia. E ritrova in una triade di colori basici - bianco, nero, rosso - uno schema visivo tanto ricorrente quanto perturbante che, trascendendo la fiaba in questione, sembra attraversare la narrativa occidentale. In una fiaba del Basile, Lo Cuorvo, Milluccio, re di Frattombrosa, attraversa un bosco durante una battuta di caccia e vede su un marmo bianco il cadavere di un corvo da cui fuoriesce del sangue; colpito dall'immagine, desidera ardentemente una donna dai medesimi tre colori. La scena si ripete nelle trascrizioni successive della storia, e gli echi resteranno in Poe, dove il celebre corvo dagli occhi rosso fiamma sta appollaiato sul busto bianco di Minerva, ma anche nella Biancaneve dei Grimm, «figlia di un incontrollabile desiderio provato dalla madre dinanzi al bianco della neve, il nero dell'ebano che incornicia una finestra, il rosso del sangue fuoriuscito per la puntura di un dito».
Al di là di tutta questa euforica torbidezza, echeggia la domanda finale del candido bimbo cui la fiaba viene narrata, fulminante nella sua ingenuità. Dopo aver sentito svogliatamente degli amplessi cannibalici tra i vari personaggi, si preoccupa di un dato per lui importantissimo: «ma dove sono andati a finire la focaccia e il vasetto di burro che Cappuccetto Rosso aveva portato alla nonna?».

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Angela Carter @ 2008-03-30 16:29:00.0 di Non Autenticato
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■ @ 2008-03-30 21:50:00.0 di Non Autenticato
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