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Scritto da
il 2007-12-30 01:37:00.0 alle 2007-12-30 01:37:00.0
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La dimensione sociale e il lavoro
Sostengo fermamente che ad ogni azione umana corrisponda la speranza di ricavarne felicità, esplicitamente, tramite diretto appagamento, o implicitamente, tramite appagamento derivante dal rispetto di valori e princìpi consolidati.
Questo muove gli uomini imho, ed è per questo che le persone si affannano come tante piccole formichine in un universo davvero troppo grosso e freddo per darsi pensiero delle loro azioni.
La parola "felicità" è così importante da dedicarsi una citazione nella Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti, che così recita:
"Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini [...] sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità;[...]"
Bene, ecco allora porsi un dilemma: da dove viene codesta misteriosa forza chiamata felicità? Io non posso certo ambire a dare una spiegazione esauriente di questo, tuttavia per esperienza sia personale sia indiretta, ritengo ragionevole accettare che uno dei motivi che più frequentemente è ostacolo al raggiungimento della felicità, sia la scarsità di relazioni umane.
Tenendo presente che come tutte le generalizzazioni, anche questa non è immune ad eccezioni, l'uomo è un animale per sua indole sociale, John Donne poetava "nessun uomo è un isola", e io lo quoto.
Esistono diversi impulsi, dal più primitivo desiderio sessuale e affettivo, a più moderni (dal punto di vista evolutivo) desideri di creare progetti in comunità, il desiderio di sentirsi partecipe e utile a un gruppo, il desiderio di sentirsi libero dallo stesso, senza dover temere l'asocialità, ecc. Sicuramente quest'elenco verrà completato e corretto da questo o quel pedante, che ringrazio anticipatamente.
Ora arrivo al sodo.
Può, una società che ambisce ad offrire libertà nella ricerca della propria felicità individuale, permettere che i membri della stessa società sacrifichino per il bene della stessa molto più tempo di quanto non possano usare per loro stessi?
Il problema mi sta sorgendo ultimamente, visto che nel mio reparto si sta usando e abusando dello straordinario, spesso "comandato" o caldamente raccomandato, per portare avanti un discorso lavorativo in crisi.
Capisco le crisi, e capisco che il lavoro è importante.
Però ritengo che il lavoro dev'essere svolto in funzione di una gratificazione, e non fine a sé stesso.
La gente lavora per guadagnare; se poi non ha tempo per spendere soldi, e non ha amici con cui valga la pena spenderli uscendo, cosa cazzo gli cambia guadagnare o meno?
Se uno schiavo fosse costretto a lavorare 16 ore al giorno tutti i giorni, anche guadagnasse 4000 euro al mese, cosa gliene fregherebbe?
se questo schiavo non avesse nessuno a cui tiene per cui guadagnare questi soldi, non avrebbe alcun motivo al di fuori della coercizione, per lavorare. E lavorando 16 ore al giorno tutti i giorni, è difficile avere il tempo di conoscere qualcuno per cui valga la pena guadagnare questi soldi......
L'esempio è volutamente portato alle estreme conseguenze, per rendere evidente il paradosso di un baratto tempo-denaro evidentemente iniquo, dal momento che col denaro ottenuto non si può avere tempo indietro, al massimo si può scegliere di non lavorare in futuro, per un po'... e sovente neanche questo, dal momento che le leggi portatrici di precariato condizionano i nuovi lavoratori ad un'ansiosa ricerca del lavoro, la quale rappresenta una pausa non scelta, che vissuta con ansietà non potrà mai essere goduta se non in minima parte.
mi domando quindi quali siano le speranze di chi macchinizza certi sistemi sociali: quello di deumanizzare l'uomo, togliendogli la sua caratteristica sociale, anzi reindirizzandola al lavoro stesso, magari promuovendo anche flirt fra colleghi o spazi interni di pausa, in modo da assolutizzare il tempo dei dipendenti e privarli di interessi extralavorativi? Fino forse a rendergli degli ingranaggi, dei mattoni di un muro....
Beh, se funziona, complimenti.
Ma se non funziona?
La società crolla?
La gente reclamerà il suo spazio urlando e spaccando ciò che ha a tiro?
O forse, esistono le sfumature: chi riuscirà ad adattarsi, lo farà, gli altri, soccombendo, cercheranno nuovi spazi per respirare. Mi domando solo che bene possano fare per la collettività persone così adattate ad un sistema simile da essere deumanizzate... forse semplicemente fare le veci degli epsilon minus di huxleyana memoria.
Forse dunque la cosa migliore da fare è non lamentarsi in senso generale, ma farlo nel personale, se si ritiene di non appartenere alla categoria, perché magari altri spazi esistono, e nello stesso tempo gli epsilon minus servono sempre.
Comunque ritengo che lo straordinario non dovrebbe essere maggiorato di una percentuale fissa, ma incrementata esponenzialmente sulla base del tempo utilizzato, così da scoraggiarne l'uso estensivo, e nello stesso tempo permetterlo in casi di criticità.
I pedoni possono muoversi solo in avanti.