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    Scritto da
    il 2016-02-12 20:38:56.0 alle 2016-02-12 20:38:56.0
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    Perchè sono per il patriarcato
    Spesso, si utilizzano i concetti di "famiglia naturale" e di "famiglia tradizionale" come sinonimi ed in modo intercambiabile. In un certo senso, lo sono: non ci può essere tradizione legittima che non sia fondata sull'essenza profonda dell'essere umano e su quella che i classici - Platone, Aristotele, Cicerone, Ulpiano - chiamavano "legge naturale". O, detto in termini a me più congeniali, non ci può essere tradizione che non sia fondata, in ultima istanza, su verità eterne ed immutabili. Pertanto, ogni famiglia "legittimamente" tradizionale sarà una famiglia naturale - ovvero quella piccola società che un uomo ed una donna pongono in essere per generare la vita ed educare il frutto della loro unione, cioè la prole, formando un legame stabile nel tempo. Questo modello però implica anche delle distinzioni di ruoli e di funzioni tra uomo e donna che non pochi pur dichiarati sostenitori della cosiddetta "famiglia naturale e tradizionale" non esplicitano come dovrebbero, onde evitare incomprensioni dannose o inutili. Troppo si insiste sulla pari dignità, all'interno della coppia, tra il marito e la moglie, tra il padre e la madre, tra l'uomo e la donna. Eccessiva sottolineatura viene data alla parola "complementarietà" per definire ed indicare il tipo di rapporto che dovrebbe intercorrere in una famiglia naturale e tradizionale tra l'uomo e la donna. Non perché non sia vero che, in una retta concezione dei rapporti tra i sessi nel nucleo famigliare, la donna completi l'uomo in ciò di cui quest'ultimo manca e viceversa, quasi come se fossero un reciproco contrappeso. Ciò è verissimo ed anche giusto. E' altrettanto vero che, sotto il profilo sostanziale, sia uomo che donna sono dotati di intelletto e volontà, pur avendo diversità (anche considerevoli) di natura accidentale tanto nel fisico quanto nella psiche (e quindi nei comportamenti). Ed è innegabile che ciò comporti l'assegnazione ad entrambi della medesima dignità. Tuttavia, questa è comunque solo una parte della verità ed è quella parte che, argomentativamente, il mondo odierno imbevuto di chimere demogogicamente egualitariste (ma mai così ricco di diseguaglianze) è disposto se non ad accettare quanto meno ad ascoltare. Questo atteggiamento può avere tatticamente un senso quando ci si pone sul terreno della più spicciola dialettica politica. Ma è un approccio innegabilmente parziale. Si deve avere il coraggio di ricordare che una famiglia tradizionale e naturale, proprio in virtù della distinzione dei ruoli, comporta anche un rapporto di soggezione non solo dei figli ma anche della moglie al marito; ovviamente, si tratterà di una soggezione di specie diversa di quella dei figli, perché, rispetto a quest'ultimi, la moglie avrà una capacità di intendere e di volere a loro superiore. Ciò non toglie che sempre di subordinazione si dovrà parlare e non per una male intesa misoginia, ma perché le donne sono tendenzialmente più sensibili, comprensive, emotive e sentimentali rispetto all'uomo ed il loro corpo è ordinato alla maternità e alla cura, mentre gli uomini tendono più al rigore, alla severità, alla fermezza, alla speculazione teorica e ad un maggior discernimento razionale ed il loro corpo è più adatto allo sforzo, all'azione e alla fatica. Qualsiasi persona intellettualmente onesta ammetterà quali tra le caratteristiche ricordate, sia fisiche che comportamentali, siano più convenienti per chi deve avere un ruolo di guida nella famiglia, giacché va da sé che, in una società così piccola come la coniugale e domestica (cioè la famiglia), non si può avere una guida collegiale o "democratica". Bisogna, quindi, andare al cuore del problema ed attaccare radicalmente quelle modifiche apportate al diritto di famiglia a partire dal 1975, che hanno favorito la diffusione di un modello interamente e massivamente borghese e "nucleare", nel senso di atomizzato, di famiglia. Intendiamoci: la famiglia borghese esisteva da ben prima del 1975. L'Italia però, fino agli anni '50, è stata una società essenzialmente contadina e rurale, in cui, nonostante tutto, gli antichi nessi avevano resistito. L'urbanesimo come fenomeno, sino ad allora, c'era stato, ma in ambiti contenuti. La stessa borghesia italiana, soprattutto i ceti medio-bassi, era una borghesia che ancora risentiva dei valori della società rurale e che, a sua volta, era figlia di quel contesto, nonché legata ad esso. Questo faceva sì che la famiglia effettivamente borghese fosse da noi qualcosa di circoscritto...ma i mutamenti della società italiana nel secondo dopoguerra rovesciarono nel giro di pochi anni la situazione ed il '68 fece il resto. La famiglia borghese, che inizia la sua affermazione tra il Settecento e l'Ottocento, è ancora apparentemente una famiglia naturale: si mantiene la distinzione tra il ruolo della moglie e quello del marito; questa distinzione contempla sia il concetto di complementarietà che quello di soggezione della moglie al marito. Ad esser menomata è l'indissolubilità del vincolo matrimoniale, ma ciò, in Italia, sarà solo una breve parentesi napoleonica che comunque i successivi liberali risorgimentali decisero prudentemente di non riaprire, nonostante il gran parlare che a più riprese se ne fece. Che cosa però non rende più tradizionale tale modello di famiglia? Innanzitutto, la famiglia non estende più i suoi legami in maniera articolata ma si limita al nucleo famigliare semplice composto da padre, madre e relativi figli: le parentele tra nuclei dello stesso sangue e lignaggio non implicano più vicinanza e comunità ma lontananza e distanza, spesso corroborata da implacabili lotte per patrimonio ed eredità, esaurite le quali finisce definitivamente il legame precedentemente esistente. All'interno di questi stessi nuclei, non più organicamente collegati, la figura del padre e del marito inizia ad essere non più quella del signore e capo della famiglia, ma di una specie di macchina per far soldi affinché la moglie ed i figli possano vivere decentemente. Il compito di mantenere la famiglia è sempre stato del padre, intendiamoci, ma la dimensione del lavoro diviene sempre più onnicomprensiva, frenetica e spersonalizzante. Non è un riflesso della naturale signoria che il vir esercita nella e sulla famiglia, cioè un aspetto, ma ciò in cui si esaurisce e limita il suo compito. Il rapporto tra moglie e marito, così come tra genitori e figli, diviene sempre più "paritario" e "diretto" e sempre meno improntato al rispetto e alla soggezione. Si tratta non di processi immediati, ovviamente, ma graduali, che in Italia sono più lenti che nel resto d'Europa (per i motivi che ho ricordato) ma che avvengono lo stesso in maniera costante, seppur con una considerevole resistenza frapposta durante il Ventennio dalle politiche del regime fascista. E' qui la radice del male. Così come la patria non può far a meno della famiglia, essendo la seconda anteriore alla prima, così una comunità locale e nazionale coese non possono fare a meno di una comunità famigliare stabile, duratura e coesa. E a questo fine il modello tradizionale della famiglia cosiddetta "patriarcale" concorreva indubbiamente. La famiglia borghese, sotto questo profilo, ha dato e dà garanzie decisamente e visibilmente inferiori.

    **Modificato dall'autore il 12.02.2016 20:41**
    "Se tutti facessero così..."

    "La Romania è ricchissima" cit. Dada
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