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Nel documentario di Steven Spielberg, Irene Zisblatt racconta di aver ingoiato e defecato diamanti per un anno e mezzo, mentre era detenuta a Auschwitz oppure partecipava a una "marcia della morte" – cioè, negli ultimi giorni della guerra, a una marcia di evacuazione da un campo di concentramento all’altro, in una Germania sottoposta a bombardamenti incessanti della propria rete ferroviaria e di comunicazioni.
Quindi, nel 1994, in occasione di una prima testimonianza filmata, Irene Zisblatt aveva dichiarato di aver ingoiato i diamanti una sola volta. Sosteneva che sua madre le aveva cucito i diamanti nella camicia per permetterle di comperare del pane.
Sosteneva che la sua pelle era stata scelta dai tedeschi per fabbricare un paralume, che il numero tatuato sul braccio le era stato tolto dal Dr. Josef Mengele, ad Auschwitz, e che era riuscita a scappare da una"camera a gas".
Secondo il suo racconto, la "camera a gas" era talmente piena di gente che la SS di guardia non riusciva a chiudere la porta. Così ha fatto uscire Irene Zisblatt per fare posto e poter chiudere la porta. In realtà, la porta della falsa "camera a gas" di Auschwitz (sempre che stesse parlando di Auschwitz!), si apre verso l’interno della stanza e non verso l’esterno, quindi questa porta avrebbe potuto essere chiusa nonostante la presenza di numerosi deportati nella stanza.
Allora Irene Zisblatt racconta di essersi nascosta sotto al
crematorio (mentre, in realtà, non c’è alcun spazio vuoto fra l’edificio e il terreno situato al di sotto) ed aver udito le grida delle vittime gasate.
Secondo il suo racconto, un giovane deportato ebreo che lavorava alla “camera a gas” l’avrebbe scoperta e poi lanciata, oltre il filo spinato di Auschwitz, su un vagone di un treno destinato ad un campo di lavoro.
In un’altra versione, questo aneddoto si trasforma in una allucinazione che avrebbe avuto, nel 1994, visitando il campo di concentramento.
Anche Alice Lok Cahana sostiene di essere fuggita da una “camera a gas” dopo esservi entrata.
Irene Zisblatt afferma di essere stata usata come cavia umana per Josef Mengele per degli esperimenti miranti a far cambiare il colore degli occhi. Racconta inoltre di aver udito una conversazione fra suo padre e un altro uomo che diceva che i tedeschi prendevano i bambini ebrei e li smembravano tirando le gambe verso l’esterno, prima di gettare i loro cadaveri nel fiume Dniestr in Ucraina.
In realtà, l’aneddoto dei paralumi (abat-jours) in pelle umana è un’invenzione della divisione americana addetta alla guerra psicologica. Dopo la liberazione del campo di Buchenwald, gli americani hanno costretto degli abitanti che vivevano nelle vicinanze a visitarlo.
Su un tavolo erano esposti un paralume da comodino in pelle umana, dei pezzi di pelle tatuata e persino delle teste rimpicciolite alla maniera degli Indios Jivaros del Sudamerica. La scena fu filmata dal regista americano ebreo Samuel (Billy) Wilder.
Irene Zisblatt non fu mai tatuata perché faceva parte di un elenco di ebrei in transito che non venivano mai tatuati.
Il suo racconto circa il tatuaggio tolto da Josef Mengele è un’invenzione mirante a “spiegare” l’assenza del numero tatuato sul braccio.
In quanto ai bambini smembrati dai tedeschi prima di essere gettati nel Dniestr, in un'altra versione, Irene Zisblatt racconta questo aneddoto come un incubo fatto da un deportato e non come una storia autentica.
Nel 1994 Irene Zisblatt affermò che, per suicidarsi, alcuni deportati si erano lanciati sui fili spinati del campo con la corrente elettrica.
Secondo lei, poiché i tedeschi volevano impedire questi suicidi, minacciarono, per ogni caso, di torturare a morte cinque deportati a titolo di rappresaglia. Nel 1998, evocando nuovamente questo aneddoto, essa modificò la sua versione, sostenendo, questa volta, che ogni suicidio era punito con l’esecuzione di cento deportati tramite fucilazione in presenza di altri.
Irene Zisblatt mentì ugualmente circa una “marcia della morte”, alla quale avrebbe partecipato, fra i campi di concentramento di Neuengamme e di Theresienstadt. Invece i documenti della Croce Rossa che essa esibisce e quelli dei campi provano in realtà che fu trasferita fra i campi di concentramento di Gross Rosen e Flossenburg, il 6 Marzo 1945.
Nella sua autobiografia, sostiene di essere stata liberata a Pilsen, in Cecoslovacchia, dalla Terza Armata americana del Generale Patton. Sostiene anche che il Gen. Patton venne al suo capezzale, in un ospedale militare e che l’avrebbe omaggiata di una nastrino stellato preso dalla sua uniforme.
In verità, questo aneddoto è un plagio di una storia raccontata da un'altra deportata in un libro, e non un esperienza personale di Irene Zisblatt.
In realtà essa fu liberata ad un centinaio di kilometri da Pilsen.
Si è messa improvvisamente a evocare i suoi “ricordi” agli inizi degli anni 90, dopo aver mantenuto il silenzio per decine di anni.
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nel filmato sotto riportato "THE LAST DAYS OF THE BIG LIE" - Gli ultimi giorni della grande menzogna - il definitivo SPUTTANAMENTO del premiatissimo documentario di Spielberg (quello in cui "è tutto vero") ad opera di Eric Hunt... un documento importantissimo... un gran bel grattacapo per gli "sterminazionisti".
**Modificato dall'autore il 25.06.2012 20:44**