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    il 2007-11-08 10:26:00.0 alle 2007-11-08 10:26:00.0
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    Leggete leggete
    Genitrice degli Eneadi, piacere degli uomini e degli dèi,
    Venere datrice di vita, che sotto i corsi celesti degli astri
    dovunque avvivi della tua presenza il mare percorso dalle navi,
    le terre fertili di messi, poiché grazie a te ogni specie di viventi
    è concepita e, sorta, vede la luce del sole -
    te, o dea, te fuggono i venti, te le nuvole del cielo,
    e il tuo arrivare; a te soavi fiori sotto i piedi fa spuntare
    l'artefice terra, a te sorridono le distese del mare
    e placato splende di un diffuso lume il cielo.
    Ché appena è dischiuso l'aspetto primaverile del giorno
    e, disserrato, si ravviva il soffio del fecondo zefiro,
    prima gli aerei uccelli te, o dea, e il tuo giungere annunziano,
    colpiti nei cuori dalla tua potenza.
    Poi fiere e animali domestici bàlzano per i pascoli in rigoglio
    e attraversano a nuoto i rapidi fiumi; così preso dal fascino
    ognuno ti segue ardentemente dove intendi condurlo.
    Infine, per i mari e i monti e i fiumi rapinosi
    e le frondose dimore degli uccelli e le pianure verdeggianti,
    a tutti infondendo nei petti carezzevole amore,
    fai sì che ardentemente propaghino le generazioni secondo le stirpi -
    poiché tu sola governi la natura
    e senza di te niente sorge alle celesti plaghe della luce,
    niente si fa gioioso, niente amabile,
    te desidero compagna nello scrivere i versi
    ch'io tento di comporre sulla natura
    per il nostro Memmiade, che tu, o dea, in ogni tempo
    volesti eccellesse ornato di ogni dote.
    Tanto più dunque, o dea, da' ai miei detti fascino eterno.
    Fa' sì che frattanto i fieri travagli della guerra,
    per i mari e le terre tutte placati, restino quieti.
    Tu sola infatti puoi con tranquilla pace giovare
    ai mortali, poiché sui fieri travagli della guerra ha dominio
    Marte possente in armi, che spesso sul tuo grembo
    s'abbandona vinto da eterna ferita d'amore;
    e così, levando lo sguardo, col ben tornito collo arrovesciato,
    pasce d'amore gli avidi occhi anelando a te, o dea,
    e, mentre sta supino, il suo respiro pende dalle tue labbra.
    Quando egli sta adagiato sul tuo corpo santo, tu, o dea,
    avvolgendolo dall'alto, effondi dalla bocca soavi parole:
    chiedi, o gloriosa, pei Romani placida pace.
    Ché in tempi avversi per la patria non possiamo noi compiere
    quest'opera con animo sereno, né l'illustre progenie di Memmio
    può in tali frangenti mancare alla comune salvezza.
    Infatti è necessario che ogni natura divina goda
    di per sé vita immortale con somma pace,
    remota dalle nostre cose e immensamente distaccata.
    Ché immune da ogni dolore, immune da pericoli,
    in sé possente di proprie risorse, per nulla bisognosa di noi,
    né dalle benemerenze è avvinta, né è toccata dall'ira.
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